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Comune di Villadose

P.zza Aldo Moro, 24 | CF / PI: 00196480297 | PEC: comune.villadose.ro@pecveneto.it


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Itinerario turistico e cenni storici

L'itinerario comprende quasi totalmente corti rurali e "ville" lungo l'Adigetto. Le "ville" sono impropriamente chiamate tali dato che non è documentato nè è probabile - se non fosse per il palazzo Patella - l'uso residenziale da parte delle famiglie patrizie veneziane. Quasi sempre, d'altronde, le ville polesane hanno carattere rustico perchè mai considerate case di villeggiatura o svago, sia per la piattezza del paesaggio sia per la difficoltà delle comunicazioni.
Alle grandi corti rurali è legato tutto un mondo contadino scomparso: nei periodi in cui la corte era maggiormente in attività (la semina, il raccolto, la trebbiatura) l'afflusso di salariati, obbligati e donne era elevatissimo e il lavoro febbrile. La corte era durante tutto il tempo dell'anno virtualmente autosufficiente dal punto di vista economico: la stalla e i campi fornivano gli alimenti che venivano poi lavorati, il "brolo" (orto con frutteto) e il vigneto davano ortaggi e frutta d'ogni sorta, vi si riparavano attrezzi, i carradori e i fabbri operavano nelle loro officine: tutto era mirabilmente economizzato e riciclato.


Corte fam. Viola,
v. Umberto I°
 

Le grandi corti lungo l'Adigettio, pur se in gran parte adibite ancora all'agricoltura (ma un'agricoltura moderna, meccanizzata, che necessita di pochissimi addetti), restano ormai testimoni silenziosi di un tempo che non torna, monumenti inusuali e quasi incomprensibili per gli uomini d'oggi quanto le rovine di un tempo antico.

L'itinerario inizia a Canale - località amministrativamente divisa tra i Comuni di Rovigo, Cergenano e Villadose - ove però l'Adigetto proveniente da Rovigo e Buso è stato interrato nel tratto urbano. Lungo via Teano - la sinuosa "strada dei munari" (mugnai) che portava ai mulini sull'Adige - si incontra appena fuori dell'abitato il rustico Cornera, massiccio esempio di armonizzazione tra esigenze abitative e agricole, con soluzioni architettoniche che troveremo diffusamente lungo tutto l'itinerario.

 


Palazzo Patella, sede municipale

Ritornati sulla strada arginale, che prende il nome di via Garibaldi, ci si dirige verso Villadose seguendo la corrente dell'adigetto, purtroppo spesso lasciato in secca d'inverno. Il canale non è facilmente visibile dalla strada, in quanto coperto da una lunga fila di abitazioni costruite sui "froldi", il terreno di riporto ammassandosi lungo i secoli nell'alveo: oggi infatti le strade arginali corrono distanti tra loro, a testimonianza di un tempo in cui il letto del fiume era più ampio.

Dopo poco, in località Penelazzo, si osserva a sinistra verso la campagna la corte omonima, recentemente restaurata, con il granaio porticato separato da una abitazione rustica più recente.

 

All'interno della recinzione, verso la strada. si può ammirare un frassino dal fusto contorto e incavato di circa 400 anni d'età.

Si entra a questo punto, superata un'ansa del canale, nella borgata Rovigata che ha avuto dal villadosano Gianni Sparapan una sua consacrazione letteraria: in più libri lo scrittore descrive l'ambiente umano e sociale della Rovigata contadina degli anni '40 e '50, così particolare nei personaggi tratteggiati e tuttavia così universale nella rapprentazione delle gioie e dei drammi umani.

Attraversato l'Adigetto sul ponte della statale 443, si piega subito a sinistra verso il centro di Villadose lungo la via Liona, che prende il nome da una delle nobili famiglie veneziane con possedimenti nella zona. Dopo qualche centinaio di metri la strada si allarga e permette di osservare la grande mole di palazzo Patella col suo attiguo oratorio recentemente restaurato, prospicienti entrambi l'Adigetto.


Corte Casalini, località Cambio

 

Il canale è attraversato in questo punto da un ponte a schiena d'Asino che ha sostituito nell'Ottocento un precedente manufatto in legno. E' questo il cuore del paese e da qui parte la centrale via Umberto I°, impropriamente chiamata "piazza" dai villadosani, sulla quale si affaccia anche la parrocchiale.

Il palazzo Patella, sede municipale dagli anni Venti; è un maestoso edificio costruito tra Cinquecento e Seicento (la data precisa non è nota), con due facciate sostanzialmente differenti riconducibili a due diversi modelli: ferrarese e veneto. La facciata a nord, verso l'Adigetto è ancora severa, mossa solamente da un portale bugnato al primo piano. La facciata a mezzogiorno è più graziosa e solare, con a pianterreno il bel portico a cinque arcate a pieno sesto e con la loggia trifora del piano nobile. La villa (parzialmente visitabile nelle mattine di tutti giorni feriali) si compone del piano terreno, con due bei camini in tufo e le volte a botte, del piano nobile e dell'amplissimo granaio nel sottotetto. Nel vasto salone al piano nobile sono esposte quattro grandi tele di autore ignoto secentesco, a soggetto sacro, provenienti dal vicino oratorio Patella e recentemente restaurate. Al piano terreno è ospitata la Mostra didattica sulla centuriazione romana (vedi sopra per notizie ed orari). Usciti dal palazzo ci si affaccia su piazza Moro, pallido riflesso di quello che doveva essere un tempo la corte del complesso Patella comprendente rustici di servizio andati perduti e la vicina cappella gentilizia.

 

L'oratorio Patella, ora Monumento ai Caduti, fu costruito nel 1688 da Bartolomeo Patella a servizio dell'attiguo palazzo. Ebbe in un primo tempo la facciata a sud e venne dedicato a S. Maria Annunziata; a metà del Settecento i Patella costruirono il nuovo altar maggiore dedicato a san Bartolomeo contornato da due statue di santi (attualmente presso il Municipio), ingrandirono l'edificio e aprirono l'attuale ingresso a nord. All'interno, dietro l'altare, vi è una Madonna col bambino affrescata, ormai quasi del tutto deteriorata, risalente con tutta probabilità alla prima costruzione. Nelle pareti, oltre alle lapidi che ricordano i caduti in guerra, si trovano due epigrafi poste da Costanza Patella, ultima discendente della famiglia, all'inizio del secolo scorso.

Seguendo via Umberto i°, si arriva dopo qualche centinaio di metri alla chiesa parrocchiale dedicata a San Leonardo, la storia travagliata è stata ampiamente descritta da Gino Braggion nel suo "E villadose risorse da secolari tribolazioni".


Oratorio Patella

 


Chiesa parrocchiale
di S. Leonardo

L'attuale chiesa è la terza della serie; la costruzione fu iniziata nel 1790 con l'apertura al culto nel 1815, essendosi nel frattempo demolita la seconda. Il campanile è stato invece inaugurato nel 1901, dopo la demolizione nel 1882 del precedente. La facciata è incompleta; tra le opere d'arte che abbeliscono l'interno, si possono ricordare l'altare della Madonna proveniente dalla soppressa chiesa di s.Margherita a Venezia; la statua lignea di s. Giuseppe opera del veneziano Cadorin; la pala ad olio di Riccardo Cessi "La sacra famiglia" datata 1873. Dietro l'altar maggiore spicca il nuovo organo a canne inaugurato nel 1985 (il precedente risaliva al 1840).

All'uscita dalla parrocchiale, si può ammirare di fronte ad essa e oltre l'Adigetto la cosidetta Corte Barchessa, imponente esempio di corte veneta composta da un corpo padronale e da una barchessa" (rustico caratterizzato da lunghi porticati con ampi magazzini al piano superiore) che ha dato il nome alla retrostante campagna. Sul lato ovest si erge un grazioso annesso, che in altri tempi si spingeva sin sul canale per favorire il carico e lo scarico dei barconi. Dall'altro lato, un moderno edificio chiude in modo asimmetrico e artificiale la Corte, costruita dai Donà tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento e passata in seguito ai Grimani e ai Marcello.

 

Oltre il paese l'Adigetto disegna fino al confine con Adria un tracciato sinuoso e ricco di anse parzialmente occupate da tipiche case rurali polesane spesso restaurate e riattate. Le due strade arginali, via Turati a sinistra e via Rizzo a destra , corrono parallele verso le località di Cambio e Ca' Tron. Proseguendo per via Turati prima di arrivare al centro di Cambio, si trovano due belli esempi architettonici, il rustico Suman e la Corte Casalini.

Il rustico Suman, uno dei più belli e interessanti dell'intero territorio, è posto anch'esso parallelo all'Adigetto; probabilmente settecentesco, è di gusto neoclassico con le sue colonne tuscaniche, i pilastri lisci e l'uso dell'architrave nella facciata prospiciente il corso d'acqua. La parziale occlusione del colonnato non ha tolto all'edificio, per il quale si è fatto il nome di Sante Baseggio, l'originale ariosità.

Poco dopo, ampliamente distesa lungo l'Adigetto, appare la corte Casalini, vasto complesso costituito principalmente da due grandi barchesse rispettivamente a 23 e 15 arcate, la casa padronale recentemente restaurata con la scala esterna a due rampe, due piccoli chioschi esagonali di gusto settecentesco (uno dei quali malauguratamente abbattuto di recente), un secondo corpo abitativo dalla chiusura di alcune arcate della grande barchessa ad est. Più oltre, nella campagna a nord, sorgono la corte De Stefani edificata nel 1860 e villa Emma, del 1912.

Al confine con Adria sorge Ca' Tron, di difficile datazione per le trasformazioni subite, che fa parte di un complesso rustico posteriore. Pare che appartenesse ai benedettini cui si deve in parte la bonifica del territorio. Nel 1775 risulta già di proprietà della famiglia Tron che ha dato il nome alla località. Interessante l'ingrossamento della base che fa supporre che la costruzione sia molto antica, fose quattrocentesca.

 

Grazie alle ricerche compiute dal Gruppo Archeologico di Villadose negli utlimi anni, si sa che il territorio era popolato già in epoca romana: poco a nord dell'attuale abitato passava con direzione SO-NE la cosidetta "via di Villadose" sulla quale era innestata una centuriazione per la divisione e lo sfruttamento agrario. Alcuni recenti ritrovamenti hanno inoltre confermato l'ipotesi che popolazioni paleovenete fossero in precedenza stanziate e venissero in seguito romanizzate.

Il territorio fu presumibilmente abbandonato con la fine dell'Impero e il susseguente periodo di caos sociale, economico e idraulico.

I primi insediamenti medievali ebbero luogo lungo l'Adigetto, nato dalla rotta dell'Adige detta Pizzon nel 973. Il nome compare per la prima volta in un documento di investitura dei nobili Signoli datato 1203 che nominava "Villa Ducis". Un altro documento di fonte eccelesiastica datato 1309 cita come presente ad un incontro il presbitero Pietro proveniente da "Villaduccis". Dopo le guerre con Ferrara, Venezia ottenne il controllo definitivo sul Polesine nel 1484 al termine della Guerra del Sale che lasciò Villadose gravemente colpita in quanto sede di fortificazioni militari e per ciò stesso più esposta. Si ritiene che anche la prima chiesa dedicata a San Leonardo sia stata distrutta in questa occasione. L'oratorio esistente al suo posto, rifatto nel 1750, dipese fino al 1778 dalla parocchia di Buso.

Chiesa parrocchiale
di S. Leonardo

Ad alcune nobili famiglie veneziane è legata la storia del paese prima i Signoli e ancor più i Patella, un esponente dei quali - Bartolomeo II - viene investito nel 1470 del feudo di Villadose da Borso d'Este. A queste e altre famiglie (Molin, Lion, Donà, Tron, ecc.) è dovuta la costruzione, lungo l'Adigetto allora navigabile, di corti rurali ed edifici usati come granai, magazzini e residenze.

A metà del Cinquecento Venezia inizia i lavori di bonifica della zona paludosa tra Adige e Adigetto compresa tra Rovigo e Cavarzere: scopriranno così le valli a nord del paese, mentre rimarranno sulle carte nomi quali Lago e Valle, primitiva denominazione di Cambio.

Corte fam. Viola,
v. Umberto I°

Il Polesine e Villadose con esso, divenne francese nel 1797, austriaco nel 1815 e si unì all'Italia nel 1866. Nel 1882 l'Adige ruppe a Legnago e inondò l'intera provincia. Le condizioni di vita della popolazione, già misere, si fecero intollerabili e prese il via il flusso migratorio di enormi dimensioni: nel 1888 partirono per il Brasile 500 persone e nell'anno successivo ben 821 abitanti su 3482 complessivi, pari ad un quarto della popolazione.
Nel nostro secolo, invece, il movimento migratorio ebbe come mete i grandi centri industriali del Nord Italia, specialmente dopo l'alluvione del 1951.

Una triste pagina di storia venne scritta a poche ore dalla Liberazione il 25 aprile 1945: presso il cimitero di Villadose venti persone rastrellate dai nazifascisti nella vicina Ceregnano furono fucilate per rappresaglia. Dagli anni Settanta, soprattutto a partire dalla costruzione della Zona Indistriale e alla riduzione degli occupati in agricoltura, si assistette ad un arresto dell'emigrazione e poi a un lento incremento della popolazione, parallelo all'installazione di attività artigianali e commerciali e all'insediamento di nuove famiglie.

 

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